martedì 2 agosto 2011

Un semaforo per ciechi


Poniamo che ci sia una disfunzione ottica che renda ciechi al colore rosso.
Chi è cieco al rosso non riesce ad usare, o anche semplicemente a capire, ad esempio, un semaforo.
Poniamo che questa situazione sia molto diffusa tra la popolazione, e immaginiamo cosa accadrebbe ad un qualsiasi incrocio regolato da un normale semaforo...
Nel caso di verde, si attraverserebbe tranquilli, nel caso di giallo si passerebbe con più o meno prudenza accelerando o rallentando a seconda delle inclinazioni personali.
E nel caso di rosso? Semplicemente il semaforo verrebbe percepito come spento, non funzionante, addirittura inutile. E l'incrocio da attraversare verrebbe tentato come se il semaforo fosse giallo, ma con la certezza di non essere sul lato della strada che ha il verde.
In una situazione del genere la confusione aumenterebbe come gli incidenti; forse fioccherebbero teorie, tesi e prassi più o meno accreditate e consolidate per sopravvivere a semaforo "spento" (ma semplicemente rosso).

Poniamo adesso che il rosso rappresenti il concetto di limite, sia esso di qualsiasi genere: fisico, personale, ambientale, normativo, strutturale, ecc; la strada, con i suoi incroci, rappresenti la crescita economica, e guidare la volontà di crescere. Crescere a prescindere, crescere ad ogni costo, crescere come dogma e ideologia consolidata da un paio di secoli almeno, in cui qualsiasi impedimento è illusoriamente sempre aggirabile o superabile.

Secondo me nelle recenti crisi di tipo ambientale, alimentare e finanziario, ci sono ancora tante persone cieche al rosso.
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venerdì 1 luglio 2011

Conosci il veleno?



Nelle persone che incontro e che sento parlare, colgo una serie di intuizioni che indica complessivamente un bisogno (ancor prima che una voglia) di cambiamento: l'avvertire più o meno esplicito che c'e' qualcosa che non va nella società e nel modo in cui viviamo.
E non parlo di considerazioni astratte frutto di lunghe analisi e riflessioni contorte, ma dico che appare pian piano la consapevolezza che ci sia qualcosa di storto nella propria individuale e soggettiva vita.
Si avverte che non è più "bello" quel che un tempo dava soddisfazione, ma viene quasi subìto come inevitabile all'interno della vita sociale in cui si è immersi. E' come quando in un grande supermercato lì per lì non sappiamo decidere tra una titanica varietà in mostra, ma sappiamo che siamo costretti a prendere una sola cioccolata da comprare. E più il mercato diventa iper più la scelta si fa soffocante.

Ma nonostante questo, complessivamente, non avviene una transizione, cioè quel cambio di stato che, con un'immagine, vedo analogo al passaggio tra solido e liquido dell'acqua.
Anche per quel passaggio c'e' bisogno di tempo e di energia, e anche in quel caso se ci sono freni al processo, il passaggio può rallentare o addirittura non avvenire.
I freni che mi sembra di cogliere a questa ventura transizione, li vedo integrati fra loro, più o meno a qualsiasi livello socio-economico.
Mi riferisco alla paura, e alla conseguente rimozione, declinata in tre ambiti: la paura della perdita di benefici acquisiti, la paura della perdita dell’autorità conquistata e, non ultima e più intima, la paura della perdita di fiducia e autostima.

Per spiegarmi, prendiamo il caso di un padre di famiglia che possieda un’automobile con tutti i confort, e sia bella, potente e blasonata (ma le stesse considerazioni possono essere traslate su un'intera industria o su un accordo politico).
L'uomo avverte che c'è qualcosa che non va nel mantenere e godere di questo bene, ma ha compiuto tanti sacrifici che gli sembra quasi dovuto possederla, anche se non la sta godendo come si immaginava nel tempo in cui si è impegnato duramente per ottenerla.
Poniamo che il suo figlio maggiore e maggiorenne sollevi la questione che quella macchina non sia necessaria perché inefficiente, inquinante e costosa.
Poniamo che consigli con forza al padre che non ha più senso mantenerla, e che proponga di prendere al suo posto un'utilitaria elettrica.
Come reagisce il buon padre di famiglia? Avrà probabilmente paura di perdere i benefici e lo status sociale legato alla macchina come mezzo e come simbolo (perdita dei benefici acquisiti).
Avrà per questo paura di perdere potere e influenza all'interno della sua famiglia se le decisioni sui suoi beni vengono prese da qualcun'altro, sia pure suo figlio (perdita dell'autorità conquistata).
Avrà paura anche di mettere in discussione tutto quello che ha significato quella macchina e tutti i suoi sforzi per ottenerla: significherebbe ammettere che si è impegnato per qualcosa che rischia di sfumare dall'orizzonte di senso che ha radicato in se stesso e dai valori in cui ha creduto finora (paura della perdita di fiducia e autostima).
Detto in altro modo, rispetto alla scelta di passare da una macchina lussuosa a una discutibile macchinetta elettrica, il nostro eroe si chiede: "Posso andare contro i miei interessi, posso sputare nel piatto in cui mangio?". L'intuizione che appare risponde: "Sì, perché è necessario". E questa risposta spaventa.
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giovedì 30 giugno 2011

Era una questione di immagine.



C'e' stato un lungo periodo in cui l'immagine contava più della sostanza.
Un periodo in cui era importante per esempio come ci si vestiva, o quali suppellettili si esibivano, come l'orologio che si portava al polso o il cellulare che si aveva in mano.
Gli uomini si sentivano eleganti se andavano in giro in giacca e cravatta, e più costosi erano più erano ritenuti importanti e di successo.
Lo stesso valeva, ad esempio, per la casa in cui vivevano e per l'automobile che guidavano, in una buffa corsa  a chi la poteva vantare più grande, confermando le teorie sull'invidia del pene di Freudiana memoria.
La sicurezza economica, anche per le donne, se esibita era vera, e se era vera andava esibita. Conseguentemente l'opulenza andava imperativamente esibita.
E' questo un concetto molto più antico, se vogliamo prendere per buone le storie che dicono come nei tempi antichi la robustezza fisica e la floridezza delle carni erano sinonimo di buona salute.
Inoltre, per salvaguardare il consenso sociale, fare una cosiddetta brutta figura era un’onta intollerabile, e si arrivava perfino ad indebitarsi per un televisore simile a quello visto nelle altrui case.

Nel tempo la percezione dei valori cambiò, e oggigiorno non ha più senso che un uomo d'affari del Giappone si vesta nello stesso modo di uno Canadese, proprio perché l'abito "non fa più il monaco" come una volta, e tantomeno lo fanno gli accessori e gli ammennicoli vari.
Gli uomini e le donne smisero di sentirsi in vendita e scesero dalle vetrine sociali e artificiali costruite per un mercato globale soffocante e inefficiente.
Oggi non tutto è in vendita, poiché sappiamo che non tutto si vende, e che non c'e' ragione di cercare ad ogni costo quelli che una volta venivano chiamati "status symbol".
Non ha più senso, per esempio, che un'automobile sia più vistosa e riconoscibile possibile.
Occorre semplicemente che duri per molti anni e che sia compatta e funzionale, proprio come un orologio, che fa sorridere al solo pensarci che una volta li costruissero, e ci si vantava per giunta, di averli d'oro...
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giovedì 23 giugno 2011

I mari muoiono



Se i risultati dello studio fossero stati più rassicuranti qualcuno avrebbe potuto dire: "Possiamo continuare come al solito, il nostro impatto non è significativo. Continueremo a tenere sotto controllo i dati.".
Eppure, stanti questi risultati, qualcuno potrebbe giustificarsi dicendo: "Al momento non abbiamo alternative nel fare quello che facciamo nel modo in cui lo facciamo. Del resto come potremmo incidere su emergenze così grandi da soli? Bisogna approfondire le questioni."
Noti differenze significative tra questi due modi di analizzare le conseguenze delle nostre azioni?
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martedì 21 giugno 2011

Un bagno in casa



C'e' chi desidera un bagno per ogni componente della famiglia.
E preferibilmente ci metterebbe una doccia, invece che una vasca.
Credo che sia, tanto per risparmiare spazio che per lavarsi più velocemente.
Personalmente desidero tenere la mia bella vasca nel mio unico piccolo bagno.
Tu che preferisci, una stanza in più o un bagno in più? O addirittura tutti e due?
E perchè?
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lunedì 20 giugno 2011

Risorse Umane

 
Non mi sento, e non sono, una risorsa umana.
Mi sento semplicemente un umano con il suo, ancorchè piccolo, contributo da offrire.
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martedì 14 giugno 2011

Principio di autorità



E' incredibile come il principio di autorità faccia perdere tempo.
Secondo me centra con il fenomeno dell'"abito che fa il monaco", e il tempo non speso a prendersi la briga di controllare le convinzioni del "monaco" si perde a rimediarne i frequenti danni.
Per di più spesso la scorciatoia dell'etichetta del ruolo conduce in pericolosi vicoli ciechi.
E la perdita è consistente tanto per chi lo esercita che per chi lo accetta favorendolo.
Forse in un caso e nell'altro si cerca di aumentare la propria visibilità sociale, ma non sarebbe più desiderabile il principio di autorevolezza?
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